Oggi Jones non posta niente. Non è il momento delle polemiche.

Punto di raccolta per generi alimentari non deperibili, abiti e medicine: Radiorock, Via Rodolfo Gabrielli di Montevecchio, 4 (Portonaccio). Domani, 7 aprile, dalle 9 alle 18. E-mail: marcellocaponi@radiorock.it

Pubblicato in:  on 6 Aprile 2009 at 18:25 Lascia un Commento

Millemila miliardi per (rimandare) la crisi

Mille mila tonnellate di cemento!!

Mille mila tonnellate di cemento!!

Al G-20 di Londra c’erano tutte quelle gran brave persone in giacca e cravatta che governano il mondo e che, ormai, non si capisce più se siano politici o uomini d’affari (ammesso che esista una linea di confine).

La crisi economica, naturalmente, al centro delle discussioni; un ometto senza vergogna a fare la solita figura cui, tristemente, ci siamo rassegnati, e una sola, vera, presa di posizione: “la situazione economica è una contingenza, i problemi strutturali non esistono: basta produrre un’enorme quantità di carta senza alcun valore reale”…i 1000 miliardi di dollari, appunto (non so voi, ma a me fa ridere solo il numero).

Quando, con ovvia e scontata rassegnazione, il suonatore Jones cercava di far scivolare sopra di sè l’inettitudine di una classe dirigente che non riuscendo a vedere la luna guarda il dito (e di fronte alla più palese autoaffermazione di fallimento del sistema capitalistico finanziario, ne ribadisce la correttezza delle regole), ha avuto come una visione: un uomo tedesco dell’800, con una folta barba, che diceva, con aria beffarda: “ve lo avevo detto io!”. Tale visione, evidentemente, non è neanche transitata per la mente di nessuno dei presenti al “summit”, dal momento che, probabilmente, stiamo parlando di persone la cui preparazione, nella migliore delle ipotesi, sarà avvenuta sulle pagine del Wall Street Journal; d’altronde devono avergli  insegnato da piccoli che quell’uomo con la barba e i suoi amici mangiavano i bambini e tanto gli è bastato per non prendersi la briga di leggere quello che aveva scritto: la più lucida e lineare disamina del capitalismo mai realizzata; concepita, addirittura, prima dell’evoluzione degli intermediari finanziari e della borsa, eppure dotata di un tale livello di generalizzazione da rimanere, a tutt’oggi, la teoria economica più adatta a spiegare la situazione attuale. In una parola: le regole del capitalismo contengono in sè già i presupposti del suo fallimento. 

Con una riflessione più dettata dal “materiale umano e ideologico” a disposizione dei governi, che da veri convincimenti, il suonatore ha pensato che, tutto sommato, già un avvicinamento alle idee di J. M. Keynes (necessità dell’intervento pubblico per correggere le imperfezioni del sistema concorrenziale) fosse qualcosa. Certo, tutti a sgolarsi che si sarebbe trattato di un intervento una tantum, ma meglio di un calcio lì dove non batte il sole, come recitava un famoso adagio di un figlio d’arte del cinema capitolino. Confortato da una buona dose di ironia, egli si avviava dunque verso il suo posto di lavoro, pensando che non valesse la pena non dico scriverne, ma addirittura pensare all’argomento.

All’improvviso…il “fattaccio”! Al suonatore tocca di passare davanti a una scrivania con appoggiato sopra un giornale brutto solo a guardarlo da lontano, di un colore simile a quello della gazzetta dello sport, ma più sbiadito e con un titolo inquietante che richiama alla mente una giornata senza mai termine e un mondo che, allucinato e assuefatto, non riposa e non vive mai! In prima pagina si dice, con molta nonchalance, che il 75% degli aiuti di stato sarà gestito da un certo FMI.

E Jones, allora, lì a pensare cosa potesse essere questo FMI: era troppo assurdo pensare che si trattasse del Fondo Monetario Internazionale. Non poteva trattarsi di quell’organismo internazionale che, insieme a WTO e Banca Mondiale (hanno tutti e 3 sede a Washington, vi siete mai chiesti perchè?), impone la colonizzazione economica del terzo mondo come prerequisito per l’erogazione di un aiuto alle popolazioni che muiono letteralmente di fame. Voglio dire: stiamo parlando di chi fa produrre grano e cereali nelle zone dove si producono al minor costo possibile, per poi rivenderli a loro stessi (che li hanno coltivati e che sono proprietari della terra su cui sono cresciuti) a 10 volte il loro costo; di chi ha fatto in modo che un lettore DVD costi, oggi, l’equivalente di 5 kg di zucchine, come se il bene primario fosse il lettore! (ma non si stava meglio quando un videoregistratore costava uno stipendio e se andavi a comprare il pane pagavi con 2 monete e ti davano pure il resto?).

Jones si è detto: non è davvero possibile che questi uomini, sulle cui spalle posano le sorti di tutti noi, siano così assurdamente sciocchi da non rendersi conto che continuare a cercare ricchezza reale con soldi “finti” e a discapito del terzo mondo è una via impraticabile. Non è possibile che pensino davvero di poter continuare a concepire un modo “progredito” dove esiste solo il settore terziario (cioè servizi a valore aggiunto pari a zero, che dovrebbero fungere esclusivamente da supporto all’economia agricolo-industriale) e dove la manifattura e l’agricoltura sono delocalizzate nella “pattumiera dei senza speranza”. Ma soprattutto, a livello politico (perchè per questo sono stati eletti “democraticamente” no? per fare politica), come è possibile immaginare di potere ancora aumentare il divario tra mondo ricco e mondo povero, incuranti dell’inevitabile doloroso e sanguinoso epilogo verso cui ci stiamo avviando?

Aiutate il povero suonatore Jones, per favore, ditegli che quella sigla non è l’acronimo che egli teme che sia. Tanto, ve lo assicuro io, che lo conosco bene, il nostro amico è disposto a credere a qualunque cosa voi diciate, pur di non dover credere alla realtà.

stay hard, stay hungry, stay alive

jones il suonatore

Pubblicato in:  on 3 Aprile 2009 at 18:13 Commenti (2)

Borghezio in gita a Nizza

Lui rappresenta anche TE

Lui rappresenta anche TE

Mi chiedo cosa sia necessario fare per farsi cacciare dal nostro parlamento…se nemmeno questo basta.

(da vedere fino in fondo)

stay hard, stay hungry, stay alive

jones il suonatore

Pubblicato in:  on 2 Aprile 2009 at 15:40 Lascia un Commento

La distanza della finanza dalla realtà

Mi hai conosciuto in un momento molto strano della mia vita...

Mi hai conosciuto in un momento molto strano della mia vita...

IL GOVERNO DICE (decreto anti-crisi):

Gli operatori finanziari che hanno in portafoglio azioni Lehman Brothers (banca d’affari fallita nel corso del 2008), possono valutarle in bilancio al valore che avevano prima del fallimento.

JONES, CHE HA I PIEDI PER TERRA, PENSA CHE:

Attribuire a un titolo un valore che non ha più nessun contatto con la realtà del mercato di borsa (che già di per sè non ha contatti con la realtà produttiva, ma questa è un’altra storia), è come dire che si possiede un palazzo, anche se è crollato a causa di un terremoto!

Detto così sembra ovvio: se ho una casa e crolla, non ce l’ho più! Ma se sono un intermediario finanziario che ha prestato i soldi a mezza Italia, o che ha in gestione le pensioni integrative di milioni di lavoratori, il Governo farà in modo (saltellando allegramente tra le pieghe dei principi contabili e gli arzigogoli del codice civile), che la casa sembri ancora in piedi, così che non si scateni il panico e in modo che il “sistema” non crolli.

Jones ritiene questa una palese ammissione di debolezza e del fatto che la finanza è un universo di pezzi di carta, che può essere alimentato da altri pezzi di carta, se le firme apposte sopra sono quelle giuste. Siamo giunti a un paradosso: nel momento in cui il castello sta crollando e la finanza si autopalesa in tutto il suo essere profondamente effimero, l’unica soluzione (per le imprese per non fallire, per la gente per non morire di fame), è quella di fare un decreto ancora più effimero, che continui ad attribuire valori fasulli a beni che non esistono; da un lato si evita il tracollo immediato, dall’altra si continua ad infilare sotto il tappeto la sporcizia…

…Jones è convinto che il tavolo sopra al tappeto si veda già che è inclinato…e che non ci metterà molto a rovesciarsi…nonostante l’affanno di una certa classe dominante nel mettere decreti a mo’ di zeppe sotto le gambe del tavolo stesso!

stay hard, stay hungry, stay alive

Jones il suonatore

Pubblicato in:  on at 11:04 Lascia un Commento

L’acqua (e non solo) è di tutti! No all’ Art. 23-bis D.L. 25/6/2008, n. 112

Chi fa da sè...fa da sèVa bene che io bevo solo la “Grappa di Pino”…ma l’acqua…L’ACQUA!!!!!

E’ al vaglio del Consiglio dei Ministri una legge, convertenda in decreto, che stabilisce la privatizzazione di tutti i “Servizi pubblici locali di rilevanza economica“, affidando  “Il conferimento della gestione dei servizi pubblici locali, in via ordinaria, a favore di imprenditori o di società in qualunque forma costituite individuati mediante procedure competitive ad evidenza pubblica“.

La ratio consisterebbe nel concedere a privati la gestione, ad esempio, della rete idrica, in ossequio a “principi di economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento, mutuo riconoscimento, proporzionalità”.

In pratica si preferisce che la gestione di alcuni beni “pubblici”, sia affidata al mercato. Viene da chiedersi perchè un bene pubblico debba essere snaturato e la risposta, probabilmente, è che mettere degli “aziendalisti” (Berlusconi, Tremonti, Draghi, ecc.) ai vertici dell’economia di un paese è più o meno come mettere un piromane a guardia di una parco naturale in agosto! L’aziendalista è infatti all’oscuro del fatto che un bene pubblico non prende il suo nome da una visione statalista dell’economia, bensì è un bene che, per sua natura, anche l’economia di mercato considera “non potenzialmente redditizio”; in altre parole,  un bene pubblico è un bene che è difficile, o impossibile, produrre per trarne un profitto privato.

L’esempio tipico, mutuato dall’esposizione della “Teoria dei giochi”, è quello del faro e dei 2 armatori.

In breve, seguendo i principi della convenienza economica, tutti e 2 gli armatori (A e B), (unici operatori del porto in esempio), cercano di massimizzare il proprio profitto. Il profitto sarà tanto maggiore, quanto più sicuro sarà l’attracco al porto e si suppone che, in assenza di un faro, entrambi gli armatori perdano alcuni carichi a causa di incidenti all’entrata del porto. Si può supporre che il profitto annuo di entrambi sia, in assenza del faro, 50 euro. La costruzione del faro costi 30 euro e permetta un aumento del profitto pari a 20. Ci sono, allora, 4 alternative possibili:

  1. Non si costruisce il faro —>profitto A=B=50
  2. “A” costruisce il faro—-> profitto A=50-30(costo faro)+20(incremento dovuto al faro)=40; profitto B=50+20=70
  3. “B” costruisce il faro—-> profitto B=50-30(costo faro)+20(incremento dovuto al faro)=40; profitto A=50+20=70
  4. “A” e “B” costruiscono insieme il faro—->profitto A=B=50-15(costo di metà del faro)+20=55

Ricapitolando i profitti:

  1. A=B=50
  2. A=40; B=70
  3. A=70; B=40
  4. A=B=55

Ora, il libero mercato presuppone che ciascuno si comporti in modo da massimizzare il proprio profitto: dunque A preferirà la 3, e B la 2; entrambi gli imprenditori aspetteranno che l’altro costruisca il faro cosa che, ovviamente, non succederà. Alla fine il faro non verrà costruito ed entrambi gli operatori sceglieranno l’opzione A: profitto di 50 ciascuno e, complessivamente, la società avrà un profitto di 100 (50+50) e non verrà scelta la soluzione che massimizza il reddito della comunità (la D, con 110) che, di fatto, diventa un punto irragiungibile, stanti i presupposti di cui sopra. Anche gli operatori, presi singolarmente, guadagneranno meno che in D (50 invece di 55).

Serve, quindi,  un operatore pubblico che costringa i 2 armatori a cooperare o, direttamente, che costruisca il faro, ottimizzando così la scelta congiunta di A e B e massimizzando il profitto della comunità (o, che è la stessa cosa, minimizzandone i costi) e anche dei singoli imprenditori.

Tutto quanto appena detto, si basa su 2 caratteristiche del bene pubblico:

  1. Assenza di rivalità nel consumo – il consumo di un bene pubblico da parte di un individuo non implica l’impossibilità per un altro individuo di consumarlo, allo stesso tempo
  2. Non escludibilità nel consumo – una volta che il bene pubblico è prodotto, è difficile o impossibile impedirne la fruizione da parte di consumatori

Cosa c’ entra l’acqua?

L’acqua e la rete idrica sono due beni pubblici impuri, per i quali, cioè, le due proprietà di cui sopra non valgono fino in fondo (c’è anche chi sostiene l’inesistenza assoluta di beni pubblici puri). Tuttavia, la sostanza del problema non cambia: un operatore privato che debba massimizzare il profitto tramite la gestione della rete idrica, tenderà a stabilire una convenienza a erogare il servizio ad un certo prezzo, in base ad una analisi costi-benefici. Evidentemente il prezzo di vendita dell’acqua, in un luogo nel quale vi sia scarsità, oppure vi siano particolari disagi per la costruzione e/o manutenzione della rete, sarà maggiore che altrove (con la possibilità che, conti alla mano, il privato decida di non fornire affatto l’acqua, delegando, solo in alcune zone, lo stato, che, a questo punto, erogherebbe sicuramente un servizio in perdita. Ciò accadrebbe senza neppure poter sfruttare le economie di scala derivanti da una distribuzione su base nazionale; in tal caso, infatti, parte del sovraprofitto realizzato in zone più convenienti, potrebbe compensare, come è nel sistema attuale, le perdite derivanti dalla fornitura in luoghi poco accessibili).

Ma non ci hanno sempre detto che l’economia di mercato forma il proprio prezzo in base all’incontro tra domanda e offerta del bene/servizio oggetto di vendita? Dovremmo allora pensare che in Sardegna abbiano più sete o desiderino lavarsi di più, irrigare di più, ecc.? Ovviamente no. La domanda di acqua sarà la stessa che in zone dove l’acqua è abbondante. Ne deriva, dunque, che il prezzo dell’acqua sarebbe stabilito solo dalle condizioni dell’offerta (costi di trasporto e di reperimento dell’acqua, essenzialmente), e  dal profitto che l’impresa riterrà “adeguato” per restare convenientemente nel mercato. Tutto ciò porta, inevitabilmente, a concludere che la legge in sè, che pretende di fare calcoli privatistici con beni pubblici, è paradossale, oltre che eticamente, anche concettualmente…è semplicemente SBAGLIATA o, se si preferisce, irrazionale e indifendibile dal punto di vista economico.

Il senso, più o meno, è il seguente:

  • L’acqua è un bene
  • I beni possono essere venduti da un operatore a un prezzo in grado di generare profitti
  • L’acqua ha un prezzo

NON è VERO: L’ACQUA HA UN “COSTO” E NON PUò AVERE UN “PREZZO”

L’acqua non è un vestito di marca che si compra solo se si vuole, l’acqua è necessaria per la vita dei singoli e per l’economia di qualunque sito, città, distretto industriale, ecc.

Riuscite a immaginare quanto potrebbe costare la verdura, se aggiungiamo un intermediario completamente privato che possa decidere il prezzo dell’irrigazione in modo da prendersi parte del profitto realizzato con la vendita dei frutti della terra?

Riuscite a immaginare quale potere potrebbe avere un cartello oligopolistico dell’acqua? Esempio lampante sono le tariffe telefoniche post-privatizzazione: concorrenza zero, accordi di cartello, nessuna convenienza per il consumatore, peggioramento del servizio erogato.

Il potere di ricatto di una lobby così strutturata sarebbe pressochè inimmaginabile.

Queste sono solo un paio di considerazioni improvvisate, ogni intervento è più che gradito, ovviamente, da qualsiasi punto di vista.

stay hard, stay hungry, stay alive

Jones il suonatore

Pubblicato in:  on 1 Aprile 2009 at 19:07 Commenti (11)

Cominciamo il 1° aprile…PERFETTO!

Chi fa da sè…fa da sè!

Paolo Bitta: un uomo chiamato contratto.

Pubblicato in:  on at 09:16 Commenti (2)